Taccuino di scrittura – Esercizio n.12

 

Scrivi in un tempo definito di 45 minuti

 

La scuola era terminata e tutti in fila ci apprestavamo a uscire per rientrare a casa. Antonio mi fermò e mi chiese se volevo andare a giocare a casa sua. Ovviamente gli dissi che dovevamo chiederlo alla mamma. Saltellante per l’emozione mi diressi verso la classe dove la mamma insegnava per chiederle il permesso.

Antonio era il nipote più grande della maestra della 4° e viveva in un mulino, era una corte molto grande che radunava più famiglie e perciò c’erano anche tanti bambini di tutte le età. L’invito era per questo molto allettante.

Le due maestre si parlarono e il permesso fu accordato. Avrei trascorso un pomeriggio di giochi ed esplorazioni con tanti amici e soprattutto in un luogo pieno di prospettive avventurose.

Si entrava da un ponticello che superava il piccolo torrente che alimentava le pale della ruota del mulino. All’interno, dopo l’alto portone d’ingresso, si apriva una corte su cui si affacciavano le case e le stalle. Di lato sulla destra c’era la porta del mulino vero e proprio e la prima cosa che mi venne incontro fu il profumo del grano e della farina. Era penetrante e dolce. Uno dei profumi che ancor oggi associo alla mia infanzia.

Mi accolsero con allegria tutti, grandi e piccoli, dopo un pranzo tanto frugale quanto appetitoso noi ragazzini ci mettemmo subito a giocare. Erano i giochi classici, a palla, ai quattro cantoni, a strega, a palla avvelenata… il tempo non sembrava esistere, eravamo talmente presi dalle nostre avventure che non ci rendevamo nemmeno conto che trascorrevano le ore. Mi portarono anche a visitare il mulino, saltammo sui sacchi di grano e rimasi stupefatta dalle grandi ruote e macine di legno che giravano indefessamente.

Arrivò l’ora della merenda ed a tutti furono date due fette di pane, una con burro e marmellata e l’altra burro e zucchero, sapori anche questi che mi sono rimasti nel cuore come emblema della semplice felicità della fanciullezza.

In ultima si decise di giocare a nascondino, io ero una delle più piccole e soprattutto non conoscevo bene i posti dove potermi nascondere. Antonio allora mi prese in braccio e mi mise sul davanzale di una finestra.

Chiuse le imposte di legno e mi lasciò per andare a nascondersi anche lui. Lo spazio era poco e cercai una posizione comoda pur rimanendo nascosta ma … la finestra alle mie spalle non era chiusa ed io caddi all’indietro sul pavimento della stanza sbattendo forte la testa.

Svenni.

Ormai era l’imbrunire e uno per volta i bambini uscirono dai loro nascondigli meno che la sottoscritta, rimasi distesa a terra, il mio respiro era sottile e il mio corpo immobile.

Mi cercarono con ansia e dopo mi portarono su di una vecchia poltrona avvolta in una coperta che pizzicava un po’.

Ero stordita e confusa, mi diedero qualcosa da mangiare ma mi assalì una nausea devastante.

La zia di Antonio mi portò a casa e il mio papà, medico del paese, di corsa mi fece ricoverare in ospedale, dove scoprirono che mi ero proprio rotta la testa.

Ne seguirono giorni di preoccupazione e ansia per i miei genitori, di noia mortale per me. Non potevo leggere, scrivere, parlare, nemmeno guardare la televisione. Rimasi venti giorni in ospedale, a letto con la testa ferma. Un incubo per una bambina di sette anni! Ed anche per la sua mamma che non sapeva come intrattenermi.

Il povero Antonio fu rimproverato a dovere ed è rimasto un mio buon amico per tutte le elementari .

Non sono tornata subito al mulino ma quando ci sono andata ho vissuto altre avventure veramente grandiose ed indimenticabili, come questa . Per fortuna senza farmi più male.

 

 

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