Taccuino di scrittura – esercizio n. 7

Dunque, cosa c’è nell’armadietto dei medicinali del tuo personaggio?

Dalla porta d’ingresso riuscivi a vedere tutto il lungo corridoio con una litanie di porte che si stagliavano dritte in sequenza ai  lati, erano cinque per parte, erano quelle porte laccate di bianco con la parte superiore con un  vetro opaco, una lunga corsia ricopriva il pavimento di legno usurato ed in fondo c’era la porta del’unico bagno. Ad ogni porta corrispondeva un ospite della pensione, non si incontravano quasi mai, si sentivano solo i loro passi attutiti dalla pedana.

Lei entrava silenziosamente tutte le sere, dopo il lavoro, nel  bagno che purtroppo condivideva con gli altri pensionanti.  L’armadietto del bagno però era solo suo, aveva una piccola chiave argentata con cui lo chiudeva come fosse un tesoro,  ci teneva con ordine maniacale gli accessori per la toletta e tutte le sue medicine. Non erano tante in realtà, solo qualche cerotto, un antipiretico, un analgesico e uno sciroppo per la tosse. La prima e la seconda mensola erano così occupate poi c’era l’ultima, quella in alto dove erano conservate delle scatoline bianche ed azzurre che lei definiva la sua ancora di salvezza. Ormai la scansia era tutta occupata , le aveva acquistate un po’ alla volta per non dare nell’occhio e le conservava per quando fosse arrivato il momento giusto.

Era stanca,  stanca della sua vita e della solitudine, e quelle pastiglie erano il viatico per un sonno ristoratore che l’avrebbe portata ad un definitivo riposo.

Aspettò le feste natalizie, momento in cui tutti tornavano a casa, dalle rispettive famiglie. Lei non aveva alcun posto in cui tornare. E la notte di Natale aprì le sue scatoline e le consumò tutte.

La trovarono i primi di gennaio, pallida e fredda sul letto. Aveva lasciato diligentemente aperto il mobiletto del bagno ed ogni sua cosa venne buttata nel pattume, così come la sua vita.

Taccuino di scrittura – Esercizio n.6

Punto di vista 1

Ci siamo messe d’accordo per andare a partecipare ad una marcia, messaggi, telefonate, conferme. Semplice no? Certamente.  Tu pensi che andrai a camminare con altre tre “amiche”  e tra una chiacchiera e l’altra trascorrerai una sana mattinata all’aria aperta. 

Arrivi in centro pedalando con l’entusiasmo di una ragazzina perchè ti piace l’idea di partecipare alla kermesse.

Ci sono tante persone, è la corsa stracittadina, bandierine, palloncini colorati, uomini, donne e bambini di tutte l’età, un tripudio di colori e di energia. 

C’è chi si riscalda, chi saltella, chi aspetta, chi si dà una voce da una parte all’altra della strada e tutto questo ti mette allegria. 

Ci iscriviamo tutte e quattro e ci prepariamo al via per partire per la nostra piccola avventura. 

Finalmente arriva lo sparo atteso e dopo l’arrembaggio degli agonisti ci mettiamo a camminare di buon passo.

Il mio passo non è proprio veloce e mi rendo conto che resto un po’ indietro, una delle tre rallenta e mi si affianca, poco convinta. Dopo pochi metri le altre due mi annunciano che vado troppo piano e che ci mettono troppo ad aspettarmi, vogliono fare il giro da 10 km se stanno con me non arrivano più ed allora : 

Ciao, tanto c’è tanta gente non resti mica sola, vero? ……

Ho fatto i miei 5 Km in un’oretta, in completa solitudine ed in assoluto silenzio, sono arrivata al mio modesto traguardo ed ho bevuto del succo di frutta fresco, ho fatto un giretto tra gli stand degli sponsor, ho mandato un messaggino per avvisare che me ne sarei tornata a casa (perché io sono educata) ed ho ripreso la mia bici e sono tornata alla base, da sola. 

Arrivata a casa mi è arrivata la telefonata più stupefacente: come sei già a casa? Noi siamo appena arrivate al traguardo ( per fare 10 Km ci hanno messo 2 ore) ma tu come hai fatto? Ci dispiace che te ne sia andata! 

Carine non me ne sono andata io siete voi che non mi avete aspettato. 

Bastava un poco di pazienza, vabbè che sono fuori forma, grassa, poco interessante e non alla vostra altezza …. ma voi siete proprio delle sxxxxxe! 

Queste donne non si smentiscono mai, proprio mai! Meglio se me ne vado da sola a camminare ed a nuotare, meglio molto meglio. 

Devo proprio imparare a non cascarci un’altra volta. 

 

Punto di vista 2

Il giornale mi avvisa che domenica mattina ci sarà una stracittadina, con le mie amiche, le solite camminatrici, decidiamo di partecipare per poterci muovere un po’ ed approfittare della bella giornata. Per fortuna ci sono i cellulari così riusciamo a metterci d’accordo velocemente , l’appuntamento è fissato allo stand della partenza della marcia per le 8,45. Questa volta però saremo in quattro perché si è voluta unire a noi anche M. che non è certamente una sportiva.

Puntuali ci troviamo tutte insieme, andiamo a iscriverci allo stand dell’organizzazione e con le informazioni ricevute scopriamo che i percorsi sono tre, uno facile di 5 km, uno più impegnativo di 10 km ed infine quello destinato ai corridori. Sarà difficile riuscire a fare quello più lungo tutte insieme perchè M. è piuttosto appesantita e decisamente fuori forma, ma se vuole provarci perchè no.

Dopo una breve attesa lo starter spara il colpo della partenza. Partono prima i corridori tra gli incitamenti dei loro sostenitori, poi si avvia il gregge dei camminatori. Noi ci aggreghiamo al gruppone con il solito ritmo, consolidato dalle lunghe camminate pomeridiane.  Ai passi si uniscono le chiacchiere e senza accorgercene M. rimane indietro da sola. Mi chiedo come mai abbia voluto partecipare con noi a questa marcia, lei non è abituata e noi non possiamo aspettarla perché altrimenti non riusciremmo a fare tutto il giro. Guardo le altre con uno sguardo d’intesa e decido di aspettarla per dirle di continuare per conto suo il percorso, noi andiamo più veloci e comunque siamo in città, mica in un bosco, c’è tanta gente e le indicazioni sono chiarissime, non potrà sicuramente perdersi.

La nostra camminata continua così spedita e senza zavorra. Completiamo con soddisfazione  i nostri chilometri ed all’arrivo la cerchiamo tra il pubblico, vicino al banco ristoro, alle rastrelliere delle biciclette. Lei non c’è, sarà ancora per strada, pazienza. Solo dopo mi accorgo che mi ha mandato un messaggino per avvisare che era andata a casa. Che tipo, poteva anche aspettarci per salutarci personalmente.

Da casa la chiamo per sincerarmi che stia bene, mi risponde freddamente, come piccata, e mette giù il telefono frettolosamente.

Vatti a capire queste che cercano il gruppo ma non sono all’altezza delle sue performaces.

 

 

 

Taccuino di scrittura -Esercizio n.5

 

Incipit

C’era una volta… una bella giornata: col cielo tutto azzurro, il mare tutto calmo, l’aria luminosa e tiepida, e bianche vele lontano, come gabbiani, docili all’onda. I gozzi dei pescatori rientravano dopo la pesca della notte nell’arco della marina, e che silenzio c’era intorno! L’acqua era trasparente, si vedevano gli scogli sommersi, le alghe e la sabbia ondulata del fondo, e i pesci che nuotavano snelli tra le maglie di sole smaglianti. Una giornata insomma come di rado se ne vedono ancora, una bella giornata di tanti e tanti anni fa, quando il mondo pareva più pulito intatto e nuovo, quasi fosse appena uscito dal fiato di Dio. In quel silenzio si sentì la voce di una donna che chiamava……

Chiamava il mio nome, dapprima risuonava lontano poi sempre più forte, finchè mi resi conto che tutto era un sogno , un bellissimo sogno di pace e serenità. Bisognava invece affrontare la giornata e la realtà.

Fuori sentivo la pioggia scrosciare forte, di novembre è facile che ci sia un tempo grigio e triste, io non avevo proprio nessuna voglia di uscire da sotto il confortevole piumino, ma la mamma mi chiamava  forte dalla cucina. Per fortuna saliva anche un gradevole aroma di caffè che mi costrinse ineluttabilmente ad alzarmi.

Mi aspettavano il solito treno, la solita scuola, i soliti compagni .

Andiamo! Mi dissi e dopo poco ero pronta per uscire. Mi ero preparata alla svelta perchè il papà mi aveva offerto un passaggio in macchina, visto il diluvio, avevo accettato volentieri per evitare la pioggia ed anche perchè nella mia mente si stava facendo largo un’idea pericolosamente bizzarra. Arrivando prima alla stazione forse ce la facevo a prendere il treno che andava in direzione opposta al paesello dove c’era il mio liceo, potevo fare “sega” a scuola, nonostante la mia aria da santarellina avevo una gran voglia di fare un atto di ribellione vero ed eclatante.

Arrivammo in stazione in perfetto orario per il mio proposito.  Un rapido saluto sorridente al papà che in fretta ripartì ed una veloce corsa verso la biglietteria per fare il biglietto per la città.

Quella mattina dovevo cercare di essere invisibile in stazione con le altre ragazze perciò ficcai la testa in un libro per evitare di chiacchierare. Innanzitutto niente pubblicità.

La littorina arrivò puntuale, tutta marrone ed affusolata, carica già di una moltitudine di ragazzi ed io mi mescolai con indifferenza al gregge, devo ammettere che per il momento era tutto molto simile al mio quotidiano  viaggio mattutino, un vociare indistinto di tanti adolescenti ed il loro inconfondibile odore sovrastavano ogni possibile pensiero.

Poche fermate vissute in silenzio ed ero arrivata nel capoluogo. Mi confondevo con tutti gli altri studenti, in particolare quelli che andavano nel liceo importante e rinomato, quelli che mi snobbavano e che nemmeno quella mattina mi vedevano.

La strada per arrivare in centro era veramente un brulicare di gente, uno scontrarsi di ombrelli e la pioggia non smetteva di scosciare. Forse era meglio rifugiarsi in un bar ed aspettare che la confusione smettesse e magari anche la pioggia decidesse di dare una tregua.

Nel primo posto possibile mi infilai e mi rintanai in un piccolo tavolino in fondo , vicino alla porta del bagno, con un caldo e rinfrancante cappuccino ed una peccaminosa brioche. Evitavo di guardarmi troppo intorno per paura di incrociare qualche viso conosciuto, in effetti tutta la mia spavalderia mattutina si era sciolta insieme al temporale. Presi un libro dal mio zaino umido e tentai di immergermi nella lettura, purtroppo cominciavo a rendermi conto della stupidata che avevo fatto. Cosa avrei detto a casa? Alle compagne? Alle amiche? Mentre ero intenta a trovare una risposta accettabile a queste domande non mi ero resa conto che un uomo dal bancone mi guardava fissamente. Dopo poco sentii il suo sguardo e l’imbarazzo della mia adolescenza prese il sopravvento. Mi sentivo a disagio e non avevo la più pallida idea di come uscire da questa scomoda situazione. Volevo fortemente tornare al mio sogno mattutino, a quella luminosa giornata , al mare, al suo profumo, alle vele lontane.

Lui era sempre lì, disinvolto con la barista ma attento ad ogni mio movimento. Non capivo cosa potesse volere un uomo adulto da una insignificante ragazzina, o forse lo capivo ma ne avevo talmente paura che preferivo nascondermelo.

Decisi che era meglio levare le tende, pagai e con aria distratta e sufficiente me ne uscii.

La pioggia stava dando una tregua, la calca era diminuita e mi misi a camminare lungo il viale principale che dalla stazione porta al centro. Camminavo piano guardando le vetrine e ogni tanto entravo nei negozi per sbirciare tra gli scaffali. Il disagio stava passando e cominciavo a gustarmi quella libertà, un po’ inutile, quando lo rividi nel riflesso di una vetrina. La barba un po’ lunga, l’impermeabile sgualcito gli davano un’aria sinistra e a me faceva decisamente paura.

Il buon senso per fortuna non mi abbandonò del tutto e così decisi di allungare il passo e dirigermi rapidamente verso la prima fermata dell’autobus per ritornare velocemente in stazione.

Sapevo che non mancava troppo al primo treno che mi avrebbe riportata a casa, al sicuro.

Intanto aveva smesso di piovere e, nonostante tutto, questo aiutava ad essere più ottimista. Arrivai al binario velocemente e lì per fortuna trovai un ragazzo del paese che si fermò a chiacchierare con me fino alla partenza del treno  e tutto diventò più sereno.

Arrivai a casa un po’ prima del solito ma un’ ulteriore bugia di un passaggio auto inatteso risolse rapidamente la situazione.

Seguì una buona falsificazione della firma di mamma e la storia finì lì.

Forse era meglio se andavo alla solita scuola, con il solito treno e con i soliti compagni .

Taccuino di scrittura – esercizio n.4

Ascoltate le conversazioni

Sono stata attenta ma forse sfortunata : ho ascoltato soprattutto silenzi.

Ieri sera verso le 18 sono andata al nuovo discount per delle piccole spese, non avevo fretta e mi sono allora attardata, con la scusa di osservare gli scaffali, ad ascoltare eventuali conversazioni.

“Devo prendere anche i biscotti, ma non so se sono quelli che gli piacciono” Erano una coppia di mezz’età, evidentemente in esplorazione del nuovo super.

“Questa roba la devi spostare dietro, è passato halloween ! Bisogna spostare anche le candele dei morti, non capisci che il momento è passato?”La giovane manager diafana e segaligna rimbrottava il commesso silenzioso che diligentemente prendeva nota delle rimostranze imperative ed autoritarie.

Poi intorno a me solo silenzio. Qualche solitario e frettoloso cliente si affrettava tra le corsie, alle casse solo il beep del lettore del codice a barre e la cassiera con gli occhi bassi passava i prodotti con disinteresse e noia infinita.

Questa mattina con il nipotino sono stata in un piccolo parco per una passeggiata, c’era un bel sole e sentivo in lontananza, dei bimbi ridere e gridare giocando sugli scivoli. Mi sono avvicinata all’area giochi ma nel frattempo tutti i piccoli se n’erano già andati, mi sono guardata intorno e ho osservato chi c’era intorno. Poche persone erano sedute sulle panchine, donne e uomini, italiani e extracomunitari ma tutti indistintamente a capo chino sul cellulare, in rigoroso silenzio. Solo una badante è passata parlottando, credevo con l’anziano signore che spingeva nella carrozzina, invece no, parlava al cellulare con gli auricolari.

Come si definisce questo? Buio della parola o della comunicazione?

Taccuino di scrittura – Esercizio n.3

Potenziale narrativo

“Lotteria degli scontrini 2020, pronte le regole”

Lei ed Angelica, la sua migliore amica, hanno letto questa notizia sul giornale del bar. Hanno studiato un po’ la faccenda e loro, come richiesto si sono fornite di carta di credito e per tutto il 2020 hanno fatto insieme gli acquisti sempre utilizzando la moneta elettronica.

Pensavano di avere così tante, tantissime possibilità di vincere almeno un premio,  fosse stato anche quello da 10.000€. La cosa le aveva prese molto, era come un’ossessione, scontrino su scontrino le loro aspettative erano sempre maggiori ed i sogni ad essi collegate sempre più impegnativi. Continuavano a favoleggiare di vincite miracolose e dei conseguenti avvenimenti che le avrebbero potute coinvolgere, viaggi, gioielli, feste, vestiti.

Ad ogni estrazione la speranza cedeva il passo alla delusione, a loro di combattere l’evasione fiscale non importava un fico secco, loro volevano solo vincere quei soldi per uscire da una noiosa quotidianità.

E così per tutto l’anno finché incredibile ma vero un loro scontrino venne estratto, avevano vinto 50.000€ .

Era dicembre e si stava avvicinando il Natale. Folli di felicità, salivazione azzerata, i battiti del cuore a mille, decisero di andare alla sede dell’Agenzia delle Entrate per chiedere come fare a riscuotere il premio.

La mattina presto del primo mercoledì libero, il bar dove lavoravano aveva quel giorno di chiusura, partirono dal paese per andare verso la città. Il cielo era scuro, le nuvole cariche di pioggia, la strada trafficata. Loro serene chiacchieravano allo sfinimento e non si accorsero nemmeno di quell’autobus che le aveva tamponate e sbalzate nella corsia opposta, tanto meno del camion che sopraggiungeva in senso contrario.

Se ne sono andate entrambe con la testa piena di sogni ed in tasca lo scontrino vincente, in quella cupa mattina di dicembre  .

 

Taccuino di scrittura – esercizio 2

Descrivi la tua cucina 

La mia cucina è bella lucida, rossa e bianca . E’ pure nuova. Funzionale ed elegante. Si vede proprio che in famiglia siamo solo in due.

Compare dopo l’ingresso di là da un muretto divisorio, è disposta su tre lati ad U.

E’ una grande cucina molto ordinata, essendo nuova ha ancora un aspetto molto “fiammante”,  si nota che ci sono solo io ad occuparmene.

E bianca e rossa, tutta lucida, un grande desiderio realizzato. Ho tanto spazio per sistemare pentole, piatti, ciotole, bicchieri e tazze, tutto quello che nel corso degli anni e dei traslochi ho accumulato. E’ un luogo che amo molto e tratto con cura e si vede. I ripiani sono curati e ci tengo che sia sempre tutto pulito. Il frigorifero è grande e cerco di tenerlo ordinato; profuma di cibo, facilmente di formaggio di cui siamo grandi consumatori.

Ho cercato di non affollare troppo i ripiani, fanno bella mostra di sé l’impastatrice, la macchina del caffè con vicino i barattoli dello zucchero, l’estrattore, lo spremiagrumi, il forno a microonde; in un angolo sono sistemati i taglieri, i barattoli del sale e lo scolaposate.  Ci sono delle mensole in una piccola nicchia con i miei libri di cucina preferiti, le medicine che, da vecchietti, usiamo quotidianamente, e da poco un grande pothos che cresce vigorosamente nonostante le poche cure che gli riservo.

Ho voluto tenere in mostra un grande tagliere a forma di tacchino in legno e peltro e la collezione di rami della mia mamma, sono oggetti che mi riportano alla mia infanzia e alla casa del mio paese dove ho vissuto gli anni spensierati della fanciullezza.

Il tavolo è quadrato, di noce, molto classico, così come le sedie. E’ piccolo per il quotidiano ma allungabile se necessario.

Ogni cosa nella mia cucina ha il suo posto ed un suo perché, ho cercato di renderla personale ed accogliente, un luogo dove condividere con chiunque momenti di serenità.

 

Taccuino di scrittura – esercizio 1

Dai un paio di scarpe al tuo personaggio

Ormai la primavera era consolidata e iniziavano le prime uscite con il camper. La prima destinazione era stata ovviamente marina e la laguna vicina era stata la scelta più immediata. Il mare era ancora troppo freddo e aveva preferito fare  una lunga e piacevole pedalata dal campeggio al centro di Caorle.

Arrivando aveva visto in lontananza un chiosco, di quelli che in estate si riempiono di salvagenti, ciambelle, secchielli e palette, che aveva un espositore carico di infradito , le Havaianas. Erano esattamente quello che stava cercando da un po’ .
Perchè voleva quelle lì? Perchè le poteva mettere e togliere facilmente, perchè facevano estate e libertà, perchè si potevano indossare sia in spiaggia che in casa, perchè si era appena messa lo smalto alle unghie dei piedi ed era una ghiotta occasione per metterle in vista, perchè ne comprava ovunque le trovasse ed ormai ne aveva una cospicua collezione.
Esposte ce n’erano di vari tipi, tinta unita, colorate, con i decori sulla pianta e tutte mettevano allegria. Le ha scelte blu elettrico con sulla suola disegnata una palma verde smeraldo.
Certo il prezzo non era particolarmente conveniente, 24€ non sono poche per un po’ di plastica ma per l’ennesima volta si disse: bando all’avarizia ! Quei sandali saranno miei !
Lo sapeva che comprare quelle calzature in una località di mare non era economico ma l’assortimento era tale da convincerla a fare l’acquisto anche se un po’ sconsiderato.

Rientrò decisamente soddisfatta con il suo pacchetto nel cestino della bici.

Fiocchi rosa e azzurri

Arriveranno due pupetti, un maschio ed una femmina. Il primo è atteso per metà luglio, ne conosciamo il nome, sappiamo come sarà la sua cameretta, nell’armadio ci sono già tanti piccolissimi vestitini pronti da lavare e stirare al momento opportuno, vediamo la pancia crescere, possiamo toccarla e intuire i suoi movimenti, la nostra gioia lo circonda palpabile, ci sono gli ovetti da mettere nelle macchine, la carrozzina, l’umidificatore per la cameretta ed è tutta un’emozione.
La femmina è solo un nome ed un vuoto nel nostro cuore. Non sappiamo nemmeno quando arriverà. C’è però una scatola dentro l’armadio con dentro alcune tutine rosa, sono lì ad aspettare un cenno, un segno, una decisione.

Diventare nonni di un nome è troppo poco.

Vorrei sapere qual è la cosa giusta da fare per poter sapere qualcosa perchè questa assenza mi strazia il cuore. E’ il mio primo pensiero ogni mattina e l’ultimo ogni sera da quasi due anni,  il suo silenzio testardo e amaro  ora è ancora più doloroso.

Avevo detto che ti penso ma non ti cerco …. ora vorrei abbracciarti più che mai.

Svuotata, o quasi

Siamo arrivati anche al giorno del trasloco, il camion è arrivato puntuale ed i ragazzi forzuti hanno smontato, trasportato, caricato, scaricato i pezzi della tua casa. Restano ancora tante cose più o meno importanti, ma ormai il tuo odore non si sente quasi più.  Non rimane nemmeno il tuo ricordo. E’ tutto spoglio e in disfacimento. In ogni stanza mancano i pezzi più importanti, tutto quello che aveva reso quei luoghi unici e personalissimi. I mobili e le suppellettili che hai raccolto nel corso degli anni ora sono parte nel buio di un garage parte nelle nostre case ma non ritroveranno più il tuo tocco di classe.

A fine mattinata quando ormai era tutto andato, ho fatto il giro della casa con l’aspirapolvere, non avresti mai voluto che estranei (sempre ospiti per te) vedessero le stanze in disordine.

Ti ho tradito, lo so, ti avevo detto che non avrei mai fatto a pezzi il tuo regno. Invece è proprio quello che sto facendo, meglio stiamo facendo.

Chissà se mi vedi, se mi capisci e mi perdoni. Spero di sì. Unica cosa di cui sono certa è che tutto quello che ho donato ad altri, figli o amici che siano, lo avresti approvato.

Non mi importa di vendere le tue cose (pare che per altri sia fondamentale), nulla mi restituirà la tua presenza e nulla pacificherà le mie angosce e annullerà i rimpianti.

Domani cercherò di far entrare la poltrona del papà in un qualche angolo della mia piccola casa, sarà un’impresa titanica!

immagine presa dal web